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CONVENTO DEI CAPPUCCINI BARUMINI
“CENNI STORICI” a cura del Prof. GIOVANNI LILLIU

Nel 1609, un anno dopo avere fondato il Convento di Sanluri, i Padri cappuccini, incoraggiati dall'Arcivescovo di Oristano Mons. Antonio Canopoli, arrivarono a Barumini, con la determinazione di costruirvi un'altra casa.

Fu scelto un luogo a margine del paese, con bella vista, presso una chiesa minore dedicata a San Teodoro. E qui, con il favore e il concorso finanziario di Don Francesco Zapata, quarto Barone del feudo di Barumini, Las Plassas e Villanovafranca e l'aiuto del popolo, i frati presero a edificare una nuova chiesa intitolata a San Francesco e, per ricordare il titolare dell'edificio di culto precedente, a San Teodoro. I lavori della chiesa andarono di pari passo con quelli dell'annesso convento, costruito, come la chiesa, con i modi e lo stile austeri dell'Ordine Francescano. La Chiesa ebbe una semplice facciata, con portale ed architrave su mensole modanate sovrastato da lunetta, un oculo di luce sotto la cornice terminale, a sua volta sormontata da ventola campanaria bifora. L'interno fu impiantato in disegno da un'aula rettangolare, limitata sulla sinistra da due cappelle, prolungata nel presbiterio con altare ligneo intagliato alla "cappuccina" e nel coro, quest'ultimo collegato con due ingressi col presbiterio e con la sacrestia; un vano intermedio metteva in comunicazione la sacrestia col presbiterio e con le cappelle laterali all'aula. Tutti i vani sono coperti a volta solida, in forma di botte; le cappelle e il presbiterio introdotti da archi a tutto sesto. Il convento fu articolato in due piani, collegati da scale in muratura. Al piano terra figurava il chiostro quadrangolare archeggiato con l'ingresso e il pozzo al centro, avendo sul lato sinistro la chiesa, su quello destro i locali di uso comunitario: il refettorio ed altri servizi. Nel piano rialzato, per tre lati si succedevano le celle dei frati, con gli annessi.

In queste forme, chiesa e convento furono definiti nel 1610. Nella nuova casa i frati, pochi all'inizio ma in seguito via via aumentati nel numero, si dedicarono alle attività di vita spirituale volute dalla regola e al servizio del popolo, con l'obbligo di predicare la Quaresima nella chiesa maggiore parrocchiale, già esistente a partire almeno dal secolo XVI, realizzata in stile tardo-gotico. I mezzi di sussistenza venivano ai religiosi dalle prestazioni esterne, dalla carità popolare e dalle risorse di un contiguo vasto terreno e specie da un orto con coltivazioni irrigue documentate da un ben costruito e profondo pozzo ancora esistente.

Poco si sa della storia del Convento nel prosieguo del tempo. Si può presumere che l'attività dei religiosi, ben voluti dalla popolazione, fosse stata coerente alle finalità e soddisfacente le aspettative se poté durare ben 223 anni, sino al 1832. In quest'anno essi dovettero abbandonare il Convento di Barumini, in obbedienza alla Bolla Pontificia "ad militantes ecclesiae", emanata in data 17 luglio da papa Gregorio XVI, su istanza del Re di Sardegna Carlo Felice, ligio alla politica del governo di allora, tendente a diminuire le case dei vari ordini e congregazioni religiose nell'isola. I beni del convento abbandonato dai Cappuccini furono assegnati ai Padri missionari di Oristano i quali, nello assumerli, si tolsero (come si scrisse) anche le campane che erano state consacrate nel nome di San Francesco e San Teodoro, insieme alle campane della maggiore chiesa parrocchiale, all'atto dell'inaugurazione delle opere del convento. Se questa fabbrica, all'atto del passaggio del bene, dovette rimanere chiusa temporaneamente, la chiesa di San Francesco, tuttavia, rimase aperta, divenuta chiesa filiale sotto l'invocazione della Purissitna Concezione di Maria, nel 1835, essendo procuratore Pietro Didaco Cancedda. In questa occasione ne fu cambiato l'arredo liturgico con un espositorio dalla sfera in legno dorato e figurato, opera dell'intagliatore cagliaritano Giuseppe Carcagno, candelieri, vasi e un crocifisso.

Ma nel prosieguo del tempo la chiesa dovette andare in deperimento, a tal punto da essere stata chiusa e non per breve periodo, se soltanto nel 1898, cioè sessantasei anni dopo il ritiro dei frati, potè essere riaperta al culto. Ciò fu dovuto all'iniziativa del parroco di allora, il canonico Giuseppe Mulas, con l'autorizzazione dell'Arcivescovo di Oristano Mons. Francesco Zunnui, che benedisse la chiesa il 18 luglio di quell'anno. Nella circostanza, al posto delle antiche campane sottratte nel 1832, furono messe nella ventola due altre campane: una, forse tolta dalla chiesa minore di S. Giovanni, tenuto conto dell'iscrizione "Sancte Iohannes ora pro nobis A.D. MDCXXXII" e l'altra proveniente da una non nominata chiesa andata distrutta (San Lussorio?, Santa Trinità?, Santa Clara?, Santa Rosa?, San Nicola?).

Diversa fu la sorte del convento dopo l'uscita dei frati. Incamerato dallo Stato Italiano, subì una serie di conversioni d'uso pubblico e civile: pretura, stazione dei Carabinieri, sede del Municipio e delle scuole elementari, alloggio d'un corpo di sanità di paracadutisti e altri impieghi sino agli anni Sessanta e passa di questo secolo. Tutti questi passaggi e usi diversi, con gestioni e inquilini differenti, hanno apportato all'edificio alterazioni, superfetazioni, integrazioni incongrue e scorrette le quali, tuttavia, non hanno compromesso la sostanziale e antica struttura della fabbrica. Da qui l'iniziativa civile delle amministrazioni comunali di Barumini di recuperare e restaurare il complesso di San Francesco (convento e chiesa), dandogli una definitiva e razionale sistemazione, con una intelligente scelta d'uso culturale e sociale, in coerenza con le nuove esigenze d'una realtà di vita spirituale e materiale in mutamento, a Barumini come altrove nel nostro Paese e net mondo.

Giovanni Lilliu

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